compleanno alla Brioschina

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Nella nostra famiglia vige la regola che chi compie gli anni abbia diritto di decisione su dove e cosa mangiare.
La mamma ha deciso di andare a cena nel ristorante che internet dice essere il locale dove si mangia la migliore cotoletta alla milanese: La Brioschina (piazza Carrara 21 – tel. 0289501177).
Ristorante chic e raffinato, ma non eccessivo, arredato con sobria eleganza e qualità. Chef e personale molto cortesi e disponibili. La Brioschina offre un menu tradizionale rivisitato di ottima qualità.
Il Suro marinato all’olio di zenzero con cous cous ed il Karaaghe: pollo marinato alla soia e fritto veramente deliziosi.
La vera cotoletta alla milanese, come dicono gli esperti, è con la carne di vitello (e non pollo o maiale, come noi prosaici abbiamo sempre pensato) nella versione Brioschina è alta, è una specie di filetto di vitello impanato, ma so che ci sono due fazioni che si scontrano sul dilemma alta o bassa…
Con il suo salottino per fumatori, il cui unico neo sono dei fastidiosi neon, nel quale abbiamo bevuto un caffè napoletano con dolcetti mignon e un brandy eccelso nato ben prima del tecnico; con il suo bagno veramente a prova di mamma, con mini asciugamani di spugna monouso e la carta igienica morbida come una garza di cotone; con le piccole attenzioni, come il “dolce ricordo” una crostatina di cui i clienti vengono omaggiati per iniziare bene la colazione del giorno dopo, non possiamo che ringraziare la mamma per averci offerto questa opportunità…se ti piace il genere

scritto da l’esploratrice

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serate etniche – eritreo

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Con curiostà e attesa eccomi dal tanto rinomato ristorante eritreo “Da Samson” (via Melzo 28 – tel. 02.201221).
Ambiente molto semplice, senza pretese, come un vecchio bar mai ristrutturato, pareti giallo Milano, tovaglie a quadretti e nessun ornamento tipico eritreo.  Il sig. Samson e sua figlia veramente cortesi e accoglienti.
Finalmente posso “infilare le mani” nel tanto rinomato Zighnì, una specie di spezzatino che può essere di pollo, manzo o agnello, leggermente piccante, adagiato su una specie di crepe spugnosa e insapore. Una parte del mio cervello di adulta ha inaspettatamente frenato la gioia ed il divertimento di poter (anzi dover) mangiare con le mani, ma si dice che la seconda volta si riesca a vincere questa specie di mamma virtuale che ci sussurra nell’orecchio “non si fa… non si mangia con le mani…”.
Uno strano, ma buono dolce che sembra un gelato non freddo, dal sapore di sabbia al sesamo.. da provare.. se ti piace il genere

scritto da l’esploratrice

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un giapponese fuori le mura

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Una splendida e soleggiata giornata di pasquetta trascorsa sul lago di como in visita alla mostra “CHAGALL, KANDINSKY, MALEVIČ – Maestri dell’Avanguardia russa” aperta a Villa Olmo dal 4 aprile al 26 luglio 2009. Una mostra molto piacevole, che mi ha fatto scoprire e apprezzare Kazimir Malevič e Pavel Filonov che non conoscevo affatto, in una cornice altrettanto bella e singolare quale Villa Olmo. Nonostante le opere esposte non diano un visione completa della vita pittorica dei maestri, è stata una visita gradevole, che mi sento di consigliare a chi passa per Como.
Questa piacevole giornata non poteva che concludersi con cena giapponese al Ristorante Tokyo (viale Lecco 113, Como – tel. 031307551), appena fuori le mura romane.
Locale gradevole,  sobrio ed elegante, ma senza ostentazione, camerieri gentili e non troppo invadenti, la toilette a prova di mamma, gli avventori non troppo rumorosi, l’atmosfera tranquilla e rilassante.
Sia il sushi sia gli altri piatti di buona qualità, il pesce assolutamente fresco, il riso non stopposo e di buon sapore. Molto strano il sapore del gelato al thè verde (molto mieloso) e delle palline dolci di riso e sesamo con dentro una specie di cremetta color cioccolato di cui non ricordo il nome, ma che hanno fatto sentire Gasparetto più esploratore di me. Gasparetto che ringrazio per avermi fatto provare il suo ristorante giapponese preferito, per la piacevole conversazione, e più che altro per aver acconsentito senza spazientirsi a rispondere a tutte le mie prosaiche domande e curiosità sulla creazione, colorazione e funzionamento della plastica, degli idrovolanti e per il tentativo (ahimè miseramente fallito) di insegnarmi a mangiare il sushi con le bacchette… se ti piace il genere

scritto da l’esploratrice

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Antica Trattoria “Lombardia”

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Dopo un pomeriggio nella “ridente” cittadina dello shopping Serravalle Outlet (Via della Moda, 1 – Serravalle Scrivia – AL – tel. 0143609000),  tra finte casette, piazzette, fontane e viuzze lastricate di bel cemento, che fa invidia ai più nuovi centri storici dell’hinterland milanese;
dopo essere state prese dalla foga dell’acquisto ad ogni costo, dall'”ansia da prestazione” e conseguente proviamo tutto il provabile che qualcosa bisogna trovare; dopo chilometri macinati a piedi fuori e dentro i negozi quasi senza sosta e nonostante questo la sensazione di non aver visitato ancora tutto e di essersi persi un sacco di occasioni, all’arrivo dell’orario di chiusura della cittadella ci siamo meritate una buona cena… ma dove, nei paraggi o a Milano?!? la decisione è stata di avventurarci in una scelta randomica di un posto sulla strada di ritorno verso Milano… ed ecco che il caso ci porta al Ristorante Antica Trattoria “Lombardia” (c.so XXVII Marzo 139, Voghera – PV – tel. 0383646186), dal 1956, la cucina Oltrepadana.
Una decina di tavoli al massimo, caminetto, arredamento vecchio stile, come ci si immagina un’autentica trattoria di paese, il proprietario che assomiglia a mangiafuoco di pinocchio della Walt Disney, il burbero gentile per antonomasia, come colonna sonora la radio su canzoni di stile retrò sanremese (m’innamoro di te dei Ricchi e Poveri, come esempio più esplicativo) e latrati di cani dai cortili lì attorno.
Cucina dell’Oltrepò pavese e come vino una bonarda (buona, se ti piace il genere) e dopo questa introduzione do il via ai commenti:
Rantolina dice “il nervetto, un vero nervetto” nel frattempo l’idrovora ha aggredito il cestino del pane e ci elargisce del suo pragmatico commento a riguardo “sia il grissino che il pane sono giusti”; un wow generalizzato per il lardo battuto alle erbe, un pò meno esaltanti i salumi, ad eccezione de “il salame tartufato è una delle cose più buone che abbia mai mangiato”; “il sanguinaccio è tossico per i celiaci”, grigliata di carne niente di eccezionale, il brasato di asinello molto saporito, l’drovora è stata battuta dal bollito misto e ha dovuto con suo estremo rammarico lasciarne metà, nonostante la salsa verde eccezionale e la mostrarda di frutta… se vi capita di passare da quelle parti e se ti piace il genere…

scritto da l’esploratrice

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Extreme Beauty in Vogue

Irving Penn - Mmasque beaute

In effetti non c’entra molto con il cibo, ma se per caso dovete far colpo su una bellissima fanciulla e volete giocare la carta “cultura” portandola ad una mostra al posto che ad un aperitivo, ma non volete andare a vedere i futuristi che non stimolano propriamente la sensualità e non aiutano le fantasie del doposerata ho un buon consiglio. Extreme Beauty in Vogue la mostra che quegli eleganti e mai volgari Dolce e Gabbana hanno organizzato per celebrare il lancio del make-up, curata da Vogue America, nel Palazzo della Ragione in piazza dei Mercanti.
Sia chiaro, io ci sono finita per lavoro, ma devo ammettere che tutto sommato non è male, qualcuno ha aperto pure un blog. Il palazzo è bello e l’allestimento tutto drappi bordeaux, inginocchiatoi per ammirare fotografie che hanno fatto la storia della bellezza aiuta ad abbassare la voce e ad ammorbidire i toni. Potete cosi ammirare molti visi coperti di bianco, a volte teatrali come pierrot a volte ricoperti di yogurt e cetriolini e quella salutista tutta nuda di Kate Moss sfigura quasi davanti all’eleganza delle composizioni fotografiche.
Diciamo che i ragazzi ci si sono messi d’impegno e hanno fatto le cose come si deve: foto di vips all’inaugurazione, Scarlett bianca come un cadavere nella gigantografia all’entrata della mostra, Jean Nouvel in qualità di direttore artistico e di artefice delle scenografie, comunicati stampa scritti in perfetto criticod’artese, inspiegabilmente aulici e pomposi sulle cui note chiuderò questo post:

“Grazie a una architettura temporanea, Jean Nouvel inserisce una realtà illusoria all’interno del Palazzo della Ragione, da tempo considerato luogo di emancipazione politica e laicità nella sua relazione topografica con il Duomo. Il tema della mostra fotografica ispira una scenografia paradossale, al contempo rispettosa e piena di humour, che si confronta con il culto contemporaneo dell’immagine e della bellezza”

Qualunque tentativo di tatuarsi la parola cultura sul sedere, specialmente di Dolce e Gabbana è adorabile, se ti piace il genere..

scritto da: il critico

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serate etniche – perù

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Ci sono quelle serate in cui hai voglia di provare qualcosa di diverso dalla solita trattoria o ristorante pizzeria con cucina italiana. Sabato era una di queste: la serata doveva portarmi a provare il tanto rinomato ristorante eritreo “Da Samson” (via Melzo 28),  ma come spesso accade gli eventi non sempre seguono il corso immaginato, e grazie a questo cambiamento, sono stata trascinata nel mondo della musica criolla del ristorante peruviano “la Peña de Pocho” (via Paolo Frisi 11 – tel 3341462808).
Ero già andata in una specie di take away peruviano con il tecnico e non avevamo trovato la cucina molto esaltante, il pollo broaster abbastanza buono come può esserlo un pollo arrosto senza infamia e senza lode e le altre specialità di carne non ci erano sembrate proprio favolose…
La Peña de Pocho, specializzata in piatti di pesce (come ho letto a posteriori sul loro sito) ha allietato Gasparetto e me con un Ceviche de pescado (Pesce macerato con limone, spezie peruviane) molto buono, ma anche veramente piccante, mentre al limite della mangiabilità i piatti di carne: la Frejolada (carne di capretto o manzo, riso e fagioli) e l’Olluquito: patata peruviana con prezzemolo e menta, che mi aspettavo essere tutt’altro rispetto ad una patata alla julienne un pò crudina immersa in una specie di sugo, simile a quello del brasato ma annaquato con aggiunta di rarissimi pezzettini di carne.
Non si poteva non assaggiare la Inca Cola, bevanda originaria del Perù dal colore della cedrata, ma dal retrogusto di gomma da masticare big babol e l’Arroz con leche (riso al latte dolce con uvetta), non proprio affini ai nostri gusti.
Come contorno sonoro (dal sonoro molto elevato) tre musicisti ci hanno “intrattenuto” con quello che si presume fossero i classici del
folklore melodico locale.
L’arredamento spoglio e agghiacciante come solo i peggiori bar/trattorie di paesini sperduti possono essere, foto del “magico perù” degli anni che furono, grand’angolo della cattedrale di lima in bianco e nero e poster a colori di machu picu arrivati direttamente dall’apt locale; è impossibile non segnalare alcuni pezzi di mobili lignei agganciati alle colonne, ma a livello soffitto, da noi nominate “credenze aeree” di ignoto significato ed utilità… se ti piace il genere

scritto da l’esploratrice

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un cinese a milano

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Finalmente un ristorante cinese dove la presenza di finte lanterne rosse, draghi, paraventi di finta carta di riso, quadri di soggetto “cinese”, non pervade il locale e non mette a dura prova il buon gusto, il Mandarin 2 (via garofalo, 22/a – tel. 022664147 – la prenotazione è caldamente consigliata).
Finalmente un ristorante cinese dove il pollo con gli anacardi ne contiene più di 2 e non bisogna giocarseli a mora cinese…
un ristorante cinese dove il raviolo al vapore non ti si ferma sullo stomaco e non va innondato di salsa di soia per “prendere” o “perdere” sapore, gli occhi della stefola hanno brillato di gioia e di piacere quando ha assaggiato l’involtino primavera e testualmente ha commentato: “il più buono che abbia mai mangiato”, ed è proverbiale la sua predisposizione a non tirarsi mai indietro nell’assaggio…; eccezionale e particolare il mix di vitello e verdure ed il the verde. l’arrivo delle pietanze è stato un pò ingarbugliato con i ravioli dopo il riso cantonese e dopo gli spaghetti di soia, ma dall’espressione della cameriera mi sembrava più un ingarbugliamento accidentale piuttosto che abituale.
L’arredamento è sobrio ed un pò “cargo” style, la clientela molto varia: dagli estimatori dell’abbronzatura e abbigliamento alla Fabrizio Corona,
alla “famiglia chic” con moglie in pelliccia e figlia adolescente, dai manager in cena di lavoro ai fashion/trendy gayish style con occhiali firmati,
cardigan di fine cotone, pantaloni e slip così a vita bassa, da permettere la non bellissima visione di posteriori non proprio da copertina; da coppie in uscita romantica ad amici ritrovatisi dopo lungo tempo, da disegnatori/curatori di fumetti a giovane coppie con genitori…
Finalmente un ristorante cinese di qualità (ma con prezzi ragionevoli) con pietanze particolari, dal quale esci con un sorriso di soddisfazione e nessun tipo di pesantezza… se ti piace il genere

scritto da l’esploratrice

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